Il Centro è stato costituito a Genova nell’ottobre del 2000 dal Prof. Guido Nathan Zazzu, che ha conseguito il titolo di Vaidya presso il CILUS sotto la guida della Dott.ssa Lucia Tommasini Mattiucci, e di Specialista (Ayurveda Nishnat) presso l’Accademia Ayurvedica di Pune, India, sotto la guida del Prof. P. H. Kulkarni.
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Una chiacchierata con un paziente mi ha offerto alcuni spunti di riflessione. Si tratta di una persona, con due lauree, inserita con un grado apicale in una grande azienda, aperta al mondo olistico e da anni seguace di un centro di spiritualità orientale. Aveva letto i miei post su Leone XIV, e mi ha domandato se fossi credente e cosa volessi manifestare con questa mia partecipazione all’elezione di questo pontefice.
Ho inteso un qual certo stupore come se avendo io fatto dell’Ayurveda una professione e uno stile di vita, fosse impossibile aver mantenuto un legame con l’Occidente e con il Cristianesimo, che ne è stato l’anima stessa; ho percepito poi come se intendesse dirmi che occuparsi del pontefice fosse quasi una perdita di tempo, un qualcosa che riguarda chi è rimasto ancorato a qualcosa di ormai tramontato.
Le domande sottese erano tante e ognuna avrebbe meritato una attenta risposta, ma eravamo ormai giunti in finale di seduta e ho scelto una risposta, che non avesse particolari implicazioni, che in realtà era una domanda, per quanto retorica. Ho chiesto infatti se era consapevole che il Papa, con la sua parola, i suoi gesti, il suo modo di proporsi, si rivolge a quasi due miliardi e mezzo di persone, che si professano cristiani, distribuite in quasi tutti i paesi del mondo, in alcuni dei quali rappresentano la maggioranza assoluta della popolazione, in altri solo una minoranza, e che partecipano in differenti modalità alla vita politica e sociale dei loro paesi; ho chiesto ancora se conoscesse un capo di stato, perché il Papa è anche questo, che abbia una platea così vasta, variegata, diffusa capillarmente nel mondo. Da questa considerazione potrebbe nascere un interesse, il mio nello specifico, per comprendere cosa potrebbe dire, come potrebbe orientare un così alto numero di persone, che rappresentano circa il 30% di tutta la popolazione mondiale, ma il 75% della popolazione europea.
Così il nostro incontro è terminato, ma non è invece terminata la mia riflessione che, in primo luogo, mi ha portato a considerare la ragione dello stupore, come se per qualcuno avere studiato qualcosa prodotto fuori dalla cultura dell’Occidente, rappresentasse di per sé un collocarsi oltre, anzi un aspettarsi anche una presa di posizione contro l’Occidente stesso. Così ho esteso il mio riflettere sui molti aspetti relativi al fascino che molte religioni orientali hanno esercitato, in questi ultimi cinquant’anni o poco più, in ampi settori della popolazione occidentale. In effetti, a partire dalla pratica Yoga fino alla diffusione del buddismo, dell’induismo, con le sue correnti in particolare del movimento Hare Krishna, molti hanno scelto di intraprende un’altra via dello spirito o della pratica religiosa, abbandonando la tradizione cristiana.
Non sto qui a compiere analisi particolareggiate, per quanto mi riguarda ho raccontato nel mio libro Ayurveda. La Via, la Verità, la Vita, come sia stato proprio lo studio di questa disciplina a riportarmi alle radici; se ho creduto nella profonda verità di questa filosofia della salute e nella concezione del Karma, non ho potuto far altro che domandarmi la ragione della mia incarnazione in questa parte di mondo, e rendermi conto che qui, in questa parte di mondo, recuperando e mantenendo le mie radici, potevo portare il messaggio universale dell’Ayurveda.
Ho maturato nel tempo la convinzione che quella che io chiamo la fuga verso la via dello spirito orientale, sia stata dettata da molti fattori: da una moda, da un bisogno di identificarsi in modo meno conforme alla famiglia da cui si proveniva, da un bisogno di una fede meno dogmatica e di più facile approccio, soprattutto per poter vivere una vita poco incline ad assumersi responsabilità e doveri, sebbene in alcuni casi ci sia stata una scoperta di una verità intima e profonda in quel pensiero antico.
In questa evoluzione, forse, ha avuto una sua responsabilità anche una parte della Chiesa, che non ha saputo cogliere le istanze anche spirituali di una parte di mondo, quello occidentale, affrancato dai bisogni primari, che nel fuoco distruttivo del passato, acceso con le rivoluzioni del ’68, metteva nel calderone anche la parte più manifesta della Chiesa, quella che lo stesso Bergoglio, appena salito al soglio, definì carnevale.
Certamente nella fascinazione dell’India, sapientemente orchestrata dai Beatles e da altri personaggi famosi della musica e del cinema, ci stava anche una sorta di richiamo a qualcosa di più semplice, almeno apparentemente, di più facile da comprendere, almeno apparentemente, di più modellabile all’uso occidentale, che così non perdeva i suoi privilegi, di più permissivo perché offriva anche un modello di ispirazione e meditazione da conseguire con l’uso di sostanze, che divennero abitudine per poca ispirazione e meditazione ma per molto d’altro.
Questa spinta verso la via dello spirito orientale si è offerta, proprio per questi aspetti più da facciata di ribellione allo stato delle cose che per i suoi contenuti, a dar sostegno a quella cultura della fratellanza, del buonismo, della mediocrità, che ha trovato tanti leader ancora del mondo dello spettacolo, che dall’alto dei loro incassi e dei loro attici, influenzano una pletora di persone che si illudono di essere alternativi solo perché aderiscono a qualcosa che viene da lontano da contrapporre a qualcosa che è qui, dove vivono, lavorano, guadagnano e spendono, mantenendo uno stile di vita che nei paesi a cui si ispirano non potrebbero mai mantenere.
Chi davvero ha sentito la profonda attrazione per un’altra via dello spirito, ha scelto spesso di andare a vivere in quei lontani paesi, o quantomeno di trascorrerci tanta parte della loro esistenza, o ha scelto una vita di compassione e di misericordia, entrando in qualche organizzazione come volontario; ho ben presente molti dei devoti Hare Krishna che scelgono di ritornare a lavorare la terra, in comunità dove accolgono tante persone in difficoltà economica o emotiva.
Infine, quel sorrisino quasi ironico con cui mi si poneva la prima domanda, mi ha riportato alla mente le parole di Leone XIV, sulla considerazione che essere cristiani sia segnale di poca intelligenza, che a sua volta mi ha rimandato alla riflessione su come l’adesione ad altre lontane culture divenga per alcuni fomite di irrisione, di leggero sarcasmo, di un senso quasi di pena, per chi non ha abbandonato, per chi sia rimasto a contatto con le sue radici, e per questo giudicato con commiserazione, un “poveretto”, “un vecchio arnese”.